| |
Rovereto, Agosto 2004
Le plateali offese alla storia dei
socialisti ripetute dalla "Lega Nord"
nell'estate 2004, portano a ripresentare
resoconti e riflessioni sulla politica
economica del Psi, con specifico
riferimento agli anni '80.
Ecco di seguito l'articolo di Nicola
Zoller apparso recentemente su
MONDOPERAIO, rivista nazionale dei
Socialisti democratici italiani.
MARZO - APRILE 2004
RIVISTA SOCIALISTA FONDATA DA PIETRO
NENNI

RASSEGNE pagina 122 - 124
VERITA' E BUGIE SULLA POLITICA
ECONOMICA DEI SOCIALISTI
NICOLA ZOLLER
"Il periodo fino al
1992 indicato come più corrotto è anche
quello nel quale l'Italia è cresciuta di
più (e non c'è bisogno di sciorinare
dati e analisi del Censis per provare
una simile asserzione, condivisa da
tutti, anche a livello internazionale).
Ora, siccome è senz'altro vero che è la
corruzione a bloccare lo sviluppo nei
paesi poveri, l'Italia non doveva essere
poi così corrotta".
Queste osservazioni, assieme ad altre,
espresse dal vicedirettore del Censis
Carla Collicelli - a commento degli
interventi di Marco Travaglio e Gian
Carlo Caselli in un recente convegno
svoltosi a Folgaria nel Trentino - hanno
originato una replica del procuratore
Caselli. Questi ribadiva "che all'inizio
degli anni '90 il nostro Paese era a
rischio bancarotta a causa di un debito
pubblico insopportabile, causato anche
da una spirale corruttiva che imponeva
investimenti utili soltanto agli
appaltatori e ai loro soci". E
continuava: "…l'iniziativa di Mani
Pulite della magistratura ha
contribuito (insieme ad altri decisivi
fattori) a creare le condizioni per il
risanamento della nostra economia,
impedendo che l'Italia precipitasse in
un abisso di tipo argentino". Chi sarà
più forte in economia: il magistrato o
la dirigente del Censis?
Per orientarci ho ripescato due
libretti di agevole lettura per
chiarezza e brevità, dedicati alle
vicende dell'economia italiana (e si
dice "chiarezza e brevità", perché
spesso l'una è complementare all'altra)
: "Storia facile dell'economia
italiana dal Medioevo a oggi", a
cura di Carlo M. Cipolla (Il Sole 24 Ore
- Mondadori ed., 1995) e "L'economia
italiana" di L. Federico Signorini e
Ignazio Visco (Il Mulino ed., 1997).
Dal primo testo traggo subito due
valutazioni, che forse faranno
riflettere coloro che stanno riscrivendo
la storia patria del secondo dopoguerra,
dipingendola come una vicenda
fallimentare. La prima: "Nel 1945, alla
conclusione del conflitto, il reddito
per abitante degli italiani era
ritornato a livelli non superiori a
quelli d'inizio secolo: due generazioni
di lavoro e di accumulazione se n'erano
andate in fumo. Grande crisi, fascismo e
guerre lasciavano l'eredità di
un'economia non solo molto impoverita,
ma anche eccessivamente dominata dallo
stato, chiusa al commercio e alla
trasmissione internazionale delle
tecniche. Fu da queste basi che dovette
partire una ricostruzione che tutti
pensavano sarebbe stata lenta e penosa".
La seconda: "Il bilancio economico del
quarantennio postbellico è, in termini
quantitativi, a dir poco lusinghiero.
Certo, nulla di simile era stato - anche
lontanamente - nelle speranze dei padri
della repubblica. Un reddito nazionale
cresciuto di circa cinque volte dal 1950
al 1990 colloca l'Italia fra i paesi a
più elevato tenore di vita nel mondo".
Queste considerazioni non sono inserite
in un instant book, ma in una
ricerca storica di lungo periodo,
sintetizzata sotto la guida di uno dei
più valenti storici economici
internazionali di cui l'Italia abbia
goduto. Dovremmo ritenere dunque che la
comparazione con altre epoche e la
visione complessiva di un ampio
itinerario, possa aver condotto ad una
valutazione oggettiva dei fatti o a
proferire, almeno, qualche parola di
equilibrata verità. E sa il cielo quanto
bisogno vi sia - nella costruenda
seconda repubblica - di "equilibrio"
discorrendo oggi dei fatti occorsi sotto
la prima repubblica.
Un equilibrio che non manca nell'altro
saggio citato di Signorini e Visco,
dirigenti del servizio studi della Banca
d'Italia. Gli autori ci ricordano che
negli anni cinquanta e sessanta (gli
anni del 'miracolo economico') l'Italia
raggiunse rapidamente un livello di
reddito e una struttura produttiva non
molto distanti da quelli di paesi di più
antica industrializzazione. Tutto questo
è noto; meno frequentemente - aggiungono
- si rammenta che anche dopo il 1970 il
ritmo di sviluppo ha continuato ad
essere, anche a paragone di altri paesi,
tutt'altro che modesto. Infatti tra il
1970 e il 1995 il PIL italiano è
cresciuto, a prezzi costanti, dell'88
per cento. Tra i cinque paesi maggiori,
solo il Giappone è cresciuto in misura
molto superiore (145 per cento). Gli
Stati Uniti sono cresciuti poco più
dell'Italia (98 %); gli altri paesi sono
cresciuti meno (Francia 84 %, Germania
73 %, Regno Unito 67 %). Quanto poi al
prodotto reale pro capite, la situazione
è ancora migliore: tra il 1970 e il 1995
è cresciuto del 75 % in Italia, contro
il 62 % della Francia, il 59 % del Regno
Unito, il 55 % degli USA, il 32 % della
Germania. Solo il Giappone ha mantenuto
ritmi di crescita superiori: oltre il
100 % tra il 1970 e il 1995. Ma l'Italia
batte anche il paese del Sol Levante per
produttività nel settore manifatturiero:
fatto 100 per il 1970, la nostra
produttività in tale settore risultava
pari a 285 nel 1995, contro 244 del
Giappone (e 174 della Germania e 214
della Francia).Per quanto riguarda
infine il potere d'acquisto, il reddito
italiano basato sul concetto di "parità
di potere d'acquisto" è simile a quello
dei paesi più ricchi del mondo.
"L'Italia è dunque - osservano gli
autori - una delle maggiori economie al
mondo per dimensione del PIL; ha avuto
anche negli ultimi venticinque anni una
crescita soddisfacente rispetto agli
altri paesi industriali; ha un reddito
pro capite elevato e una ricchezza
crescente". Ciò ha giovato a migliorare
lo standard di vita. Nel 1993 la
speranza di vita alla nascita era pari a
77,6 anni in Italia (contro i 76 di USA
e Germania ); in circa vent'anni la vita
attesa si è allungata nel nostro paese
di quasi sei anni.
E' tutto oro quello che luccica? No.
Lo studio del prof. Cipolla ricorda i
limiti qualitativi del nostro sviluppo:
il divario tra Nord e Sud, l'ancora
ineguale distribuzione personale del
reddito, l'insoddisfacente stato
dell'istruzione superiore e della
ricerca scientifica pubblica e privata,
la debolezza delle infrastrutture di
comunicazione e trasporto, oltre
all'enorme livello raggiunto
dall'indebitamento pubblico. Sono "vizi"
ripresi anche nella ricerca di Signorini
e Visco: non sono state prese "...nella
dovuta considerazione le compatibilità
generali, a costo di accumulare
squilibri crescenti, da scaricare sulle
generazioni successive. Conflitti
irriducibili sulla distribuzione del
reddito hanno innescato, a più riprese,
spirali inflazionistiche in cui prezzi e
salari si inseguivano a vicenda in un
gioco a somma negativa. Il debito
pubblico si è progressivamente
accresciuto sotto il peso di pretese
irrealistiche, mutuamente incompatibili,
e di promesse irresponsabili, mantenute
nell'illusione che il momento di fare i
conti si sarebbe potuto rinviare
indefinitamente": sta forse qui - dott.
Caselli - la causa principale di quello
che lei ha indicato come un debito
pubblico "insopportabile"!
Ora, le responsabilità "negative"
ricadono sul complesso delle forze
politiche, sociali ed elettorali in
campo, come naturalmente i "meriti"
descritti poco sopra, sono da ascrivere
alla complessa iniziativa delle classi
sociali e politiche italiane tra gli
anni 1950-1990.
Ma anche qui va fatta chiarezza.
L'economista Paolo Savona ha ricordato
al proposito che molti suoi colleghi -
divenuti poi consiglieri del principe o
principi essi stessi e grandi
propugnatori di rigore "secondo i
parametri europei di Maastricht" - nei
decenni precedenti gridavano "troppo
poco, troppo poco" contro il governo,
invocando la "sostenibilità"
dell'allargamento ulteriore del debito
pubblico. Altri due studiosi, Maurizio
Ferrera ed Elisabetta Gualmini, in un
libro formidabile edito nel 1999 da Il
Mulino e intitolato "Salvati
dall'Europa?" ricordano che
"molti degli europeisti più integerrimi
di oggi, vent'anni fa militavano sul
fronte opposto". Eppoi, altro che
"sterzata di Mani Pulite" sul
fronte economico: Ferrera, docente di
Scienza dell'amministrazione a Pavia,
spiega che "l'agenda del risanamento è
stata in buona misura messa a punto
proprio negli anni Ottanta". Sono dunque
gli anni del centro-sinistra
pentapartitico guidato da DC e PSI -
"gli anni del Caf", puntualizza
sorprendentemente una recensione del
Corriere della Sera - in cui, nel
bene e nel male, "è maturata la lunga
gestazione dell'Italia europea"(cfr.
Riccardo Chiaberge,"Moneta unica: tutto
merito del Caf?", in Corriere della Sera
del 27 novembre 1999).
Sulla questione appena riportata noi -
si parva licet - potremmo ancora
ricordare che fu la sinistra
massimalista (quella che poi inseguirà
la deriva giustizialista e forcaiola
dello scorso decennio) ad opporsi con
più veemenza tra la fine degli anni '70
e i primi anni '90:
-
alla prima
iniziativa europea di controllo delle
fluttuazioni valutarie, votando contro
l'adesione allo SME (il settimanale
Rinascita la bollò come un
tentativo di legare le mani
dell'Italia a quella di paesi "ancora
più crudelmente classisti del
nostro"!);
-
alla politica di
controllo dell'inflazione, promovendo
il referendum contro il blocco degli
effetti inflazionistici della scala
mobile;
-
alla abolizione del
voto parlamentare segreto sulle leggi
di spesa (il presidente del consiglio
del tempo, Bettino Craxi, venne
dipinto come un tiranno per aver
proposto ed ottenuto che anche sulle
leggi di bilancio fosse abolito questo
voto "di scambio"segreto tra gruppi di
pressione trasversali di minoranza e
maggioranza a danno delle indicazioni
del governo rivolte a restringere la
spesa pubblica);
-
alla politica
economica del governo Amato dei primi
anni '90, che pur in un clima di
precarietà istituzionale produsse la
più imponente azione di rientro
dall'inflazione e dal debito della
storia repubblicana.
In conclusione,
questo breve excursus può servire un
poco a ristabilire delle verità
storiche, tenacemente disconosciute - a
destra e a sinistra - dai facitori del
"nuovo corso" degli anni '90 per meglio
"criminalizzare" quei responsabili
politici dei decenni precedenti che
avevano costruito governi di
orientamento di centro-sinistra,
basati sull'alleanza fra forze
cattolico-democratiche, laiche e
socialiste.
Ora, chi vuole avere una prospettiva da
seguire, non può accettare che il
proprio passato venga distorto.
L'esortazione a coltivare la storia, a
non farsi "mettere sotto" dalle mode,
dalla politica politicante di falsi
liberali e di pseudo progressisti, dalle
campagne editoriali e
mediatico-giudiziarie, l'invito insomma
a fondare la politica sulla cultura,
sull'attaccamento alla memoria,
sul rifiuto del semplicismo deve
essere pienamente colto e praticato da
noi socialisti.
Stavo sistemando queste note quando è
giunto più appropriato che mai il
convegno dedicato a "La politica
economica negli anni '80" promosso il 21
febbraio 2003 a Roma dal Centro studi
"Gino Germani", con il coordinamento di
Gennaro Acquaviva. Alla presenza di
relatori di serietà ed attendibilità
provate come Antonio Pedone, Giuliano
Amato, Luciano Pellicani, Antonio
Badini, Innocenzo Cipolletta, Francesco
Forte e Rainer Masera è stato ribadito -
a beneficio di tutti gli immemori che
con malafede più o meno consapevole
hanno occupato la scena politica degli
ultimi due lustri caricando di
demagogiche accuse il centro-sinistra
pentapartitico - che "il risanamento
della nostra economia, conti pubblici
compresi, risale proprio a quei
famigerati anni ottanta, nei quali
si gettarono le basi che permisero al
Paese di presentarsi in regola
all'appuntamento con l'Europa:dal blocco
della spirale inflazionistica avviato
con il famoso accordo sulla scala
mobile, alla ristrutturazione del
sistema produttivo, alla crescita
economica; la vera svolta sul fronte dei
conti pubblici si ebbe proprio negli
anni '80 con l'introduzione dei primi
piani di rientro, del Documento di
programmazione economica e finanziaria,
con le riforme dei mercati finanziari e
il rispetto dei vincoli derivanti
dall'appartenenza all'Unione europea; il
tutto accompagnato dal sostegno pubblico
alle attività produttive e da una
particolare attenzione alla spesa
sociale che non subì particolari traumi
pur evitando gli sprechi precedenti".
La qualità dell'interesse suscitato da
questo convegno è un buon segnale per la
politica e la società civile italiana. E
per i socialisti è un attestato di
passione civile. Se abbiamo resistito
per questi lunghi ultimi dieci anni - in
cui si rischiava l'annientamento - ci
dovevano essere delle forti ragioni
ideali alla base del nostro agire! C'è
qui la tempra per affrontare altre
prove, tenendo ferma la nostra bussola.
Altri, che erano assistenzialisti e
statalisti estremi, sono diventati negli
anni '90 liberisti e privatizzatori,
salvo poi deviare e frenare di fronte
alla vittoria del centro-destra. Non si
parli poi della coerenza di quest'ultimo
schieramento che - come accennava
CorrierEconomia del 23 settembre
2002 - è " partito liberista e si trova
keynesiano": ci dicevano che eravamo
oberati da eccessi di tasse e di Stato e
loro…ce ne daranno di più!
Che statura morale e politica hanno
costoro? A noi socialisti non sono stati
perdonati limiti e cadute che hanno
costellato la nostra storia, ma non
potrà mai esserci rimproverata una
carenza di prospettive solidali e
progressiste, non potranno mai cavarci
l'anima e la passione politica che sono
state alla base della fondazione del
nostro partito più di 110 anni or sono.
Loro passeranno di moda, noi saremo
ancora lì a dire e a fare la nostra
parte.
- Carlo M. Cipolla (a cura di),
"Storia facile dell'economia italiana
dal Medioevo a oggi", (Il Sole 24 Ore -
Mondadori ed., 1995)
- L. Federico Signorini e Ignazio Visco,
"L'economia italiana", (Il Mulino ed.,
1997)
- Maurizio Ferrera ed Elisabetta
Gualmini, "Salvati dall'Europa?" (Il
Mulino ed., 1999)
|