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...insinua in noi
"l’inquietudine della ricerca, il
pungolo del dubbio, la volontà del
dialogo, lo spirito critico, la misura
nel giudicare, lo scrupolo filologico,
il senso della complessità delle cose" |
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Il mestiere
dell’intellettuale "rifugge o dovrebbe
rifuggire dalle alternative troppo
nette...; la sua vocazione è di
riflettere, di dubitare, di non
abbandonarsi a soluzioni affrettate...di
non sottomettersi supinamente alla
verità di una parte sola". Nel luglio
del 1955 Norberto Bobbio introduceva con
queste parole una raccolta di
riflessioni pubblicate da Einaudi sotto
il titolo Politica e cultura. Un
libro ancora attualissimo e che proviamo
a porre all’inizio di queste
Testimonianze, per poi proseguire in
brevi, libere ‘divagazioni’, passando
ecletticamente da una tematica
all’altra, da un’epoca più o meno remota
ad una più recente. Perché proprio
questo libro? Perché insinua in noi
"l’inquietudine della ricerca, il
pungolo del dubbio, la volontà del
dialogo, lo spirito critico, la misura
nel giudicare, lo scrupolo filologico,
il senso della complessità delle
cose". Molti, troppi, di questo
bagaglio son privi, considerava
sconsolato Bobbio alla metà degli anni
’50. Ma a fine secolo, quanti di noi lo
possiedono o l’hanno ritrovato?
Eppure la libertà personale si fonda
principalmente proprio sull’esercizio
della cultura e dello spirito critico. E
solo un sistema politico che permetta
l’esercizio e lo sviluppo di tale
facoltà potrà reggere le sfide che la
democrazia dovrà viepiù affrontare nel
secolo a venire: in primo luogo quella
portata dall’assolutismo tecnocratico
- potenzialità negativa della
standardizzazione tecnologica - che
proverà a livellare coscienze e
cervelli. Occorrerà - come direbbero
i liberals anglosassoni - una
"policy for knowledge", una politica per
la cultura, che allarghi la dimensione
dell’individualità, rafforzando gli
strumenti della sua formazione, in primo
luogo con un alto grado di istruzione e
di intraprendenza personale, anche
nell’educazione ricorrente (solo il 25 %
dei nostri giovani legge con una certa
frequenza e solo un liceale su dieci
frequenta le biblioteche...). Se
interverremo su questa realtà, la
libertà e l’autonomia dell’individuo
potranno essere salvate dall’invadenza
di nuovi Moloch superstatuali -
l’altra faccia tremenda della
mondializzazione - che dalle loro
torri d’avorio impartiranno ordini,
moniti, modi di pensare e di giudicare.
E qui tornano buone le argomentazioni
che ricorrono nel saggio di Norberto
Bobbio, particolarmente nel capitolo
finale intitolato Libertà e potere.
Egli illustra appunto la teoria e la
pratica della limitazione del potere,
qualunque sia la classe o il gruppo
dominante e l’establishment
amministrativo ed economico; una
limitazione, che "assicuri all’individuo
una sfera di attività non controllate,
non dirette, non ossessivamente
imposte"; che garantisca la non
sottomissione della "ricerca della
verità e della coscienza morale" a
logiche dirigistiche; che non costringa
"la virtù a rifulgere, come accade
appunto in tempi di dispotismo, nelle
azioni dei santi e degli eroi, ma essa
possa brillare di una luce meno viva ma
più costante nella pratica quotidiana
anche dei cittadini che non hanno
stinchi di santo né fegato di eroe"; che
permetta alla vita umana di non essere
"una continua parata sulla pubblica
piazza o un congresso permanente dove
tutte le parole vengono registrate e
tramandate alla storia" ma di avere "i
suoi angoli morti, le sue pause, le sue
giornate di vacanza". Declinando
queste parole degli anni cinquanta in
una versione appena aggiornata per il
tempo futuro, potremo forse trovare
frequentemente nuove ragioni per
difendere la libertà personale contro i
regimi assolutistici di qualsiasi fatta.
Nicola Zoller |