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PAUL GINSBORG, ADDIO - 12 maggio 2022

PAUL GINSBORG, ADDIO
- di Nicola Zoller

Diamo l’addio allo storico Paul Ginsborg riconoscendogli il merito di esser passato dagli studi alla politica attiva con un filo di coerente continuità. Erano i primi anni del 2000 quando assieme al prof. Francesco ‘Pancho’ Pardi partecipa all’attivazione dei cosiddetti ‘Girotondi’, pensati come movimenti di sinistra alternativa e rivitalizzatori della democrazia. Propositi effimeri e inconcludenti. Come speriamo possa ritenersi effimera la permanenza nella storiografia più seria e competente la sua ‘Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi. Società e politica 1943-1988’ (Einaudi, 1989). Già, perché sta lì il filo della continuità tra la “sua” storia e l’attività politica sopra menzionata: una continuità settaria ed estremista. Stupisce che ancor oggi quel libro venga celebrato da Marcello Flores sul Corriere della Sera del 12 maggio 2022 come “un classico su cui si è formata la maggior parte degli studenti dagli anni Novanta in poi”: se questa fosse la verità, non sorprendiamoci se poi questi studenti, magari futura classe insegnante e dirigente, hanno seguito derive zeppe di misconoscenze e fake news.
Il pericolo era stato rilevato da Pierluigi Battista sul Corriere della Sera del 13 aprile 2010. C’è il caso – denunciava – di Paul Ginsborg, storico inglese naturalizzato italiano, docente all’Università di Firenze, che aveva raccontato all’incredulo Vittorio Foa di non aver inserito il Psi e i socialisti nella sua einaudiana ‘Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi’ semplicemente perché a suo avviso i socialisti «non esistevano». Foa – che dirigente socialista nel dopoguerra lo è stato a lungo, oltre che punto di riferimento per tutta la sinistra italiana – aveva rivelato incredulo questa assurda considerazione nella sua opera ‘Il cavallo e la torre’ edita nel 1991. Anche le date sono qui importanti per capire il senso delle cose: la ponderosa 'Storia' di Ginsborg è stata pubblicata nel 1989, pensata e scritta proprio in quel decennio in cui gli esponenti del Psi accedevano alla presidenza della Repubblica e del Consiglio dei ministri, dunque in un periodo di massima visibilità e antecedente alla caduta della Prima Repubblica tra il 1992-1993. Perché questa mastodontica amnesia?
Perché – commenta Battista – c’è una sorta di amnesia collettiva sotto la seconda Repubblica italiana: riguarda la storia del più vecchio partito della sinistra fondato a Genova nel 1892, precisamente la storia del socialismo italiano, che si vuole espungere dalla memoria comune grazie anche all’ostilità di vecchi e nuovi politici e intellettuali illiberali e faziosi. L’obiettivo da conseguire è una cinica damnatio memoriae annullando la presenza del Psi, non solo di quello 'craxiano' degli anni ’80, ma – come abbiamo visto con la storia ginsborgiana – di tutto il dopoguerra, anche se l’obiettivo principale riguardava proprio il riformismo del periodo craxiano. Quell’intento è stata poi agevolato dall’operazione di ‘Mani pulite’, che ha seppellito sotto le macerie tutti i partiti democratici dello storico centro-sinistra, con un danno per la democrazia italiana e per l’economia del Paese che peserà per decenni (su quest’ultimo punto spesso si sorvola, è un’altra amnesia interessata, contrastata per fortuna da studiosi competenti: il professor Fadi Hassan ha rammentato sul Corriere della Sera del 6 aprile 2017 che “nel 1991 il nostro reddito pro capite era l’86% di quello americano, nel 2016 è sceso al 63%; è lo stesso livello che avevamo nel 1961, nell’ultimo ventennio siamo tornati indietro di 55 anni”).
E’ stata un’offesa alla alla storia tentare di relegare nell’oblio quel mosaico riformista che – partendo dalla politica, dall’economia, dalla società – aveva interessato ogni comparto della cultura, portando «una ondata di riflessioni e innovazione – scrive Battista – dalle nuove professioni all’informazione, dal cinema all’arte, dall’architettura alle scienze giuridiche, dalla storiografia alla politologia». Ma i valori di quel socialismo restano validi anche per il XXI secolo: «la cultura di governo, l’attenzione alla modernità, il rifiuto dei pregiudizi ideologici, il gradualismo, il garantismo, il rifiuto dell’autoritarismo, insomma tutto il meglio del riformismo socialista». Questa è una storia da studiare e da riscoprire: perché – ricordava ancora Battista – “malgrado le perplessità di Paul Ginsborg” – non a caso diventato poi vate dell’area sinistro-giustizialista e del fugace movimento dei 'girotondi' – “il riformismo socialista è esistito davvero”. E può essere ancora un riferimento non solo utile ma necessario per la rinascita di una moderna sinistra italiana.



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