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1.6.2025
LEGGERE E CAPIRE

ELOGIO DEL RIASSUNTO
“Tutto quello che io penso è già stato stampato” (Umberto Eco)
-di Nicola Zoller



Leggo in un fiato, cioè con eccitato interesse emotivo, la ristampa dell’antologia proposta da Umberto Eco per il settimanale “L’Espresso” nell’ottobre 1982. Racchiudeva le sintesi estreme («in sedici righe dattiloscritte» ) di una dozzina di capolavori di autori immortali ad opera di valenti letterati, critici e poeti contemporanei. Ora quelle pagine del settimanale sono state riprese e pubblicate dalle edizioni Henry Beyle (Milano, 2025), affiancate da sette scintillanti disegni di Tullio Pericoli. Il titolo del prezioso libretto indica anche il motivo e l’esito della mia frenetica lettura: ‘Elogio del riassunto’; nelle menzionate sedici righe si poteva cercare il «sugo» – cosi lo definiva Alessandro Manzoni – di immense opere letterarie. L’esperimento di Eco – che aveva intrigato nell’arduo lavoro un gruppo di eletti studiosi – si inseriva in una brillante tradizione, quella appunto di «condensare le idee lasciando cadere il superfluo per giungere ad una brevità densa di significato». Si diceva arduo, perché è nota l’arguta sentenza di Blaise Pascal: «Oggi mi scuso per la lunghezza della lettera, ma non ho avuto il tempo di scriverne una più breve». È un ammonimento per tutti noi – si parva licet componere magnis – talora logorroici estensori di commenti e scritti vari. Si accennava sopra anche alla «brillante tradizione». Sì, perché il monito ad essere brevi è venuto da tante menti illuminate. Le elenca Gino Ruozzi sulla “Domenica de il Sole 24 Ore” del marzo 2025. Ecco Nietzsche: «l’ambizione è dire in dieci frasi quello che chiunque altro non dice in un libro»; o Čhecov: «la brevità è la sorella del talento»; oppure Kraus: «ci sono certi scrittori che riescono a esprimere già in venti pagine cose per cui talvolta mi ci vogliono addirittura due righe»; mentre per Savinio bisogna coltivare «quella misteriosa facoltà che sa ridurre i valori alla potenza massima e al minimo volume»; e infine per Primo Levi bisogna dare «massimo d’informazione con il minimo ingombro».
Ma ancor prima di imbattermi in questo amarcord di Eco, avevo apprezzato l’ encomio della stringatezza leggendo la succinta raccolta di racconti di Mario Andrea Rigoni, pubblicata nel 2019 da Eliot sotto il titolo ‘Disinganni’. L’invito era venuto allora da Cristina Taglietti che, pescando dal Capitolo conclusivo del volumetto, citava il poeta Callimaco e il suo elogio della brevità: «Un grosso libro è un grosso guaio», ammoniva fin dal III secolo a. C. il poeta di Cirene. In quelle conclusioni, insieme alla brevità, Rigoni lodava pure l’intensità: se anche Edgar Allan Poe denunciava la lunghezza come un’eresia, un'altra scrittrice americana, Willa Cather, sosteneva «che i romanzi sono troppo 'ammobiliati'; bisogna ridurre l’arredamento all’essenziale». Continuando: «Anche quando si leggono romanzi fluviali, che cosa resta alla fine, se non un’atmosfera, un’emozione, oltre a due o tre situazioni, due o tre pensieri, magari un gesto, capaci di incidersi e di resistere alla memoria? Tanto vale che il buono sia dato nel poco». Dal mio minuto ambito intellettuale di mezza montagna avevo gioito di fronte a tanta arguzia, giacché da tempo mi stavo dedicando alla ricerca di quel famoso «sugo» manzoniano nelle sconfinate storie e nei vasti pensamenti altrui che ci tocca leggere ('per farsi una cultura', seguendo il motto lucido e ironico appuntatosi sempre dall’infaticabile Umberto Eco: «Tutto quello che io penso è già stato stampato», intendendo in altri tempi, altri luoghi, da altri autori), provando poi a proporli nella forma più concisa possibile. Nelle stesse giornate in cui leggevo il sapido libro di Rigoni, ero stato parimenti illuminato dal racconto della vita della poetessa Antonia Pozzi (1912-1938), in cui la sua vocazione letteraria veniva spiegata col «desiderio di ridurre al minimo il peso delle parole». Ella scrisse in una lettera poco prima di lasciare la sua giovane vita stendendosi su un prato di Chiaravalle: «Credo alla dura fatica di lima e scalpello, alla lotta continua e sanguinosa contro sé stessi, contro l’enfasi, contro l’involuzione, contro l’eccessivo lirismo». E da ultimo ritorno all’arte di coltivare aforismi e frammenti che il nostro mèntore Rigoni ha riposto in un’altra operetta intitolata appositamente ‘Fondi di cassetto’, con il suo consiglio definitivo: bisogna scrivere dando «il frutto, non le foglie».
Questa, ahimè, troppo lunga premessa per arrivare al centro dei riassunti presenti nella rassegna selezionata da Eco! Ma si sarà capito che essi sono solo un pretesto per l’apologia del riassunto appena sopra tratteggiata e per giustificare il nostro solipsismo di apprendisti scrittori dediti «all’arte del riassunto». In ciò sorretti dalla stesso Eco che sfrontatamente spiega ai filistei che irridono i nostri sforzi, che il riassunto «è molto più importante farlo che leggerlo» in quanto «insegna a condensare le idee, in altre parole insegna a scrivere», con un beffardo appunto finale: i riassunti non servono quasi mai per sapere qualcosa sull’opera riassunta «ma per sapere qualcosa su chi lo riassume». Insomma sono un viatico promozionale per quest’ultimi, critici affermati o in erba. E allora – per quel poco che serve – andiamo in somma brevità ai saggisti dediti ai vari riassunti.
Partiamo proprio da Eco che propone un siffatto riassunto, tra i tanti possibili, dell’‘Ulisse’ di James Joyce: «Uscito dalla metafisica ricerca di un figlio, ebreo dublinese sensuale e pasticcione, mette un amante nel letto della moglie insoddisfatta».
È invece Giovanni Mariotti a cimentarsi in sedici righe con la ‘Divina Commedia’ di Dante Alighieri. Colpisce un argomento poco discusso: il viaggio di Dante è una «deviazione», egli si perde nella selva oscura, ci impiega una settimana a giungere al Paradiso, ma non ci vien detto «nulla dell’ultima parte del percorso, cioè del nostos o ritorno, che dovrebbe riportare il protagonista alla sua città». Ma importa poco, il viaggio è finito, quella deviazione ci voleva tutta.
È ora la volta di Ruggero Guarini, che riassume ‘Le affinità elettive’ di Johann Wolfgang Goethe. C’è un matrimonio – quello fra Edoardo e Carlotta – messo alla prova dall’arrivo di due ospiti molto graditi, Ottilia e il Capitano. Le forze nascoste dell’attrazione e della passione agiscono come «affinità naturali» che si combinano spontaneamente fra loro. Conclude Guarini, interrogandosi: «Il romanzo è pro o contro il matrimonio?». «Io non giudico: rappresento», disse Goethe.
Piero Chiara si occupa poi de ‘I promessi sposi’ di Alessandro Manzoni. Con un’avvertenza che incombe sulle passioni umane: «Scoppia la peste, che sistema tutto». Dunque: «Don Rodrigo muore. Renzo torna dall’esilio, sposa Lucia, diventa industriale tessile, poi padre di numerosa prole. In tal modo, lascia intendere il Manzoni, opera la Divina Provvidenza».
È invece il poeta Giovanni Giudici a darci la traccia per pedinare un personaggio del romanzo di Charles Dickens ‘David Copperfield’: l’inseguito è Uriah Heep, finalmente «smascherato e punito». Non è programmato per essere un cattivo assoluto, ci sono motivazioni sociali e psicologiche nella sua rivalsa contro la società. Dickens è abile a renderlo un personaggio realistico, ma la vantata umiltà di Heep copre la sua voglia viscida di scalatore sociale. Rappresenta la falsa modestia di chi vuole manipolarci.
È ora il turno del critico letterario Cesare Garboli, alle prese con ‘I miserabili’ di Victor Hugo. L’eroe del romanzo è Jean Valjean, un galeotto innocente. Poi trova la via della liberazione, ma non è quella che intimamente desiderava. Spiega Garboli che voleva curarsi di Cosette, la sua figlia adottiva, però ora che lei si sposa non ha più bisogno di lui. Non volendo intralciare la sua felicità, si mette in disparte, ma ciò lo intristisce fino a vergognarsi di sé: «Non è più miserabile, non è più un ragazzo e non è più un perseguitato. Ma siccome non se la sente di peccare d’incesto, non è più nessuno».
Affidare ora ad Alberto Arbasino – caustico critico, giornalista e anche politico – il compito di commentare ‘Madame Bovary’ di Gustave Flaubert era una provocazione, ben riuscita. Per Arbasino, Flaubert fu «un collezionista maniacale di banalità e stoltezze» che esalta un dramma amoroso abbastanza comune di una donna frustrata della piccola borghesia, presentandolo come frutto di struggimenti elevati. Flaubert, per Arbasino, conduce «a morte anticipata le idee middlebrown», quei concetti di mezza cultura, semplificati per essere accessibili a un pubblico ordinario.
Straordinario è invece il 'riassunto' di Alberto Moravia per ‘Delitto e castigo’ di Fëdor Dostoevskij. Il romanzo non è tanto la descrizione del rapporto turbato tra individuo e società, ma è la storia di un rimorso, cioè la «descrizione del rapporto di un uomo con se stesso, dando così l’avvio a tutta la corrente esistenzialista della narrativa europea». Dunque il castigo è più interiore e morale rispetto a quello materiale che porta l’assassino Raskolnikoff ai lavori forzati. Questi credeva che uomini superiori possano violare la morale comune per uno scopo più grande. Finisce pluricastigato invece dalla consapevolezza di non essere quel superuomo che credeva di essere.
Concludo questa incompleta rassegna grazie ad un altro poeta, Giovanni Raboni, che affronta ‘Alla ricerca del tempo perduto’ di Marcel Proust. Robert, fratello di Proust, soleva dire che bisogna essere costretti a letto da una lunghissima malattia per leggere tutta la monumentale Recherche, mentre Raboni ne condensa il senso in poche righe: «Ritrovare nel tempo, e nella memoria che ne ricompone il fluire, ciò che nel presente è perduto».
Posso trarre un insegnamento da questa impresa 'riassuntiva': per scrivere davvero in sintesi (ripeto, sedici righe per vasti romanzi) bisogna essere dei poeti, essere abituati a dire molto – e di elevato – con poche parole. Rassegniamoci a fare gli imitatori, e nemmeno dei migliori…







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