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| STATI UNITI, DALLA SPERANZA ALLA SPADA - DOVE È FINITA L’AMERICA ? -di Nicola Zoller* Giornali l’Adige, 17 ottobre 2025 e Alto Adige, 23 settembre 2025 Nel corso dell’estate 2025 mi sono imbattuto fortunosamente in un libriccino dello scrittore francese Georges Perec (1936 -1982) grazie alla lettura del diario da New York di un altro letterato francese, Oliver Guez. Questi lamenta «i segni della mutazione profonda di un Paese amato ma prossimo a rendersi irriconoscibile». Egli risale all’amore per l’America nutrito da intere generazioni di emigranti, diventati immigranti e quindi americani, trasformati da «coloro che erano partiti in coloro che erano arrivati». E lo fa attraverso il menzionato libriccino di Perec ‘Ellis Island – Storie di erranza e di speranza’ (ed. Archinto). Quell’isolotto di fronte a New York alla foce dell’Hudson, sotto la protezione della vertiginosa statua della Libertà, tra fine Ottocento e primo Novecento aveva accolto oltre sedici milioni di persone, trasformandole appunto – per decreto federale – da «emigranti» in «americani». Poi, tra la Prima e la Seconda guerra mondiale verranno imposte più restrizioni: e nel 1954 Ellis Island sarà chiusa definitivamente fino a giungere agli «altolà» dei tempi trumpiani. In faccia a quest’ultimi eventi, Oliver Guez evoca i tempi cantati con un testo quasi poetico, dai tratti orali e corali, pensato e scritto da Georges Perec: eccola lì, Ellis Island – declama l’emigrante – «eccola lì, davanti a me, quell’America sognata tante volte, la terra della libertà dove tutti gli uomini sono uguali, il Paese dove ognuno ha diritto alle opportunità, un mondo nuovo, un mondo libero , dove è possibile iniziare una nuova vita». Ellis Island (il nome è dovuto ad uno dei tanti proprietari dell’isolotto succedutesi nel tempo, Samuel Ellis) allora accoglieva tutti: solo il 2 per cento di emigranti veniva respinto. Così milioni di tedeschi e austro-ungarici, di irlandesi e inglesi, di italiani e francesi, di russi e ucraini, di greci e turchi, di norvegesi e svedesi, di danesi e olandesi divennero americani, passando a frotte da «cinque a diecimila al giorno» per New York, dove approdò più del 70 per cento delle popolazioni europee che fuggivano dalla miseria e dalle ristrettezze di libertà e giustizia subite nei paesi d’origine. Ora nel XXI secolo quella terra promessa non esiste più. «È stata sostituita da una potenza nazionalista, imprevedibile e calcolatrice» commenta Guez. E allora sovviene un altro libro premonitore scritto da Franz Kafka, ‘Amerika’, che Perec ha avuto la lungimiranza di citare, per evidenziare che l’America non era così generosa come si raccontava, che «le strade non erano lastricate d’oro», che le condizioni di lavoro avevano ritmi disumani. Ecco dunque quel giovanissimo emigrante Karl Rossmann che entra nel porto di New York e la statua della Libertà – annota Kafka – «gli apparve in un soprassalto di luce». Quella statua, donata dai francesi agli americani nel 1886 – nel centenario della redazione della Costituzione americana – non tiene più in mano la fiaccola della Libertà ma «il braccio brandiva la spada». Quella visione minacciosa del protagonista kafkiano, Perec la installa nelle pagine finali del suo racconto ‘di erranza e di speranza’. E meglio di tutti non poteva che intuire una deriva triste e drammatica quel Perec, figlio di ebrei polacchi, che a quattro anni perse il padre in guerra e due anni dopo la madre, deportata a Auschwitz: non ebbe gentile né l’infanzia («una bruma insensata») né la vita adulta, stroncata prima dei cinquant’anni da una male incurabile. torna in alto |