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L'EBREO MINIMIZZATO
3.12.2025

https://www.avantionline.it/come-minimizzare-la-storia-dellebreo-perseguitato/

COME «MINIMIZZARE» LA STORIA DELL’EBREO PERSEGUITATO,
INSIEME ALL’OLOCAUSTO EBRAICO CONSIDERATO UNA «PERSECUZIONE MINORE»

-di Nicola Zoller*

Col nuovo libro 'Il professore ebreo perseguitato due volte. Tullio Terni e l’ipocrisia italiana' (La nave di Teseo, 2025), Pierluigi Battista – autorevole giornalista di “Corriere della Sera”, “La Stampa”, “Pa-norama” e autore di libri controcorrente (indimenticato il suo saggio 'La fine dell’innocenza – Utopia, totalitarismo e comunismo’, Marsilio, 2000) non smentisce la sua vena originale, capace di svelare verità ancora nascoste. In una bella intervista raccolta da Enrico Franco per il “Corriere del Trentino” del 16 novembre 2025, parla delle radici dell’antisemitismo. Racconta che nel dopoguerra, dopo il 1945, si è voluto diffondere l’idea che la persecuzione degli ebrei fosse stata solo il frutto di una banda criminale capitanata da Mussolini e dai suoi gerarchi con le leggi di “difesa della razza” del 1938 e che gli italiani ne erano estranei. La verità è più avvilente e attesta la presenza di una cappa di partecipazione alla discriminazione antiebraica – tra attiva e silente – di una parte più ampia della popolazione. La conseguenza fu che gli ebrei dopo la Liberazione hanno ricevuto accoglienze molto fredde e attesero dieci anni perché venisse riconosciuta l’equiparazione tra perseguitati politici e perseguitati per ragioni razziali. Dunque fino al 1955 furono considerati vittime di serie B. Ancora più lunga è stata l’attesa per rimuovere tutte le conseguenze dell’ignominia delle leggi razziali del 1938, testificata dalla pubblicazione nel 1989 del libro edito dal Senato della Repubblica, che fin dal titolo procrastina al 1987 ‘L’abrogazione delle leggi razziali in Italia (1943-1987)’. Insomma, ci sono voluti più di quarant’anni. Pierluigi Battista ha sopra riferito di «accoglienze fredde» nell’Italia del secondo dopoguerra per gli ebrei. Perché? Perché – sostiene – ci fu una sorta di patto vicendevole dell’oblio tra italiani non ebrei ed italiani ebrei.

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Beninteso, l’oblio intorno al ventennio fascista riguardò vaste situazioni che potrebbero essere rintracciate sul libro dello storico Gianni Oliva, '45 milioni di antifascisti. Il voltafaccia di una nazione che non ha fatto i conti con il Ventennio' (Oscar Storia Mondadori, 2025). Il titolo risale ad una frase sarcastica attribuita al leader britannico Winston Churchill secondo cui fino alla caduta del fascismo «in Italia c’erano 45 milioni di fascisti, dal giorno dopo 45 milioni di antifascisti; ma non mi risulta che l’Italia abbia 90 milioni di abitanti!». Anche se è discussa – almeno per questioni di decenza diplomatica – l’attribuzione esatta a Churchill di quella frase, la realtà purtroppo si avvicina a quella affermazione. Prima dei rovesci militari tra il 1941-1943, solo una ristrettissima ed eletta minoranza di italiani riuscì ad opporsi al fascismo. Documenta Riccardo Nencini nel suo libro dedicato a Giacomo Matteotti e intitolato significativamente 'Solo' (Monda-dori, 2021), che «tolti i compagni di partito e di fede, furono davvero una manciata gli intellettuali che si scagliarono contro il duce mettendoci la faccia»; alcuni anche la vita, bastonati e assassinati, come Piero Gobetti, Giovanni Amendola, don Giovanni Minzoni, i fratelli Carlo e Nello Rosselli. Basterà poi ricordare che su oltre 1250 docenti universitari solo 12 – dodici – si rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo, come richiesto per decreto nel 1931. Invece dopo la caduta del regime c’è stato un rapido rovesciamento dell’identità politica, da fascisti ad antifascisti. E tutti quanti – dai più ferventi, a quelli che erano stati più indifferenti ma comunque devoti partecipi ai riti del regime – continuarono a diventare partecipi dei riti del nuovo corso repubblicano. Per Oliva, che è uno storico progressista, fu un voltafaccia collettivo che riguardò appunto tantissimi italiani, a partire da importanti vertici istituzionali. Alla fine del regime, gli italiani ''perdenti'' salirono rapidamente sul carro dei vincitori, rimuovendo responsabilità personali e collettive attraverso la riscrittura della memoria storica. Così molti esponenti ex-fascisti non furono esclusi, ma inseriti – o meglio confermati – nella nuova classe dirigente. L’interrogativo di Oliva è questo: come defascistizzare tutto e tutti se prima del 1943 quasi tutti erano stati fascisti, se «il fascismo – anche a detta del leader comunista Togliatti – non era stata una dittatura di pochi ma un radicato regime di massa», che ebbe come propugnatori non solo un irruento, poi acquietato, poeta come Gabriele D’Annunzio, ma anche 'cantori' come Giacomo Puccini e Pietro Mascagni e addirittura due premi Nobel come Guglielmo Marconi e Luigi Pirandello?
Il caso emblematico di mancata defascistizzazione fu quello di Gaetano Azzariti, ex presidente del 'Tribunale della Razza' sotto il fascismo, diventato dopo il 1945 – nonostante il suo passato fascista e antie-braico – dapprima un referente nell’apparato giudiziario del ministero della Giustizia guidato dal menzionato Togliatti, e poi addirittura presidente della Corte Costituzionale della repubblica democratica! «Non dar peso» al passato razzista di Azzariti in considerazione delle sue competenze tecnico-giuridiche è stato ritenuto un compromesso fattibile anche se ipocrita e molto cinico. Ma è solo la punta di un iceberg (appunto, gli italiani erano allora 45 milioni…).
Quel «non dar peso» ha avuto plasticamente un seguito formidabile nei decenni successivi, fino alla nomina – sotto la cosiddetta seconda Repubblica – ai massimi vertici ministeriali, addirittura al Ministero degli Esteri, di esponenti di rilievo provenienti dall’ex M.S.I., il movimento sociale italiano, partito erede politicamente della R.S.I., la repubblica sociale italiana mussoliniana, conservando un chiaro richiamo nella sigla e anche nel simbolo con la fiammella tricolore simboleggiante la continuità del fuoco del fascismo; fino a giungere alla nomina di una Presidente del Consiglio come Meloni col suo partito Fratelli d’Italia, che traghetta nel XXI secolo la menzionata, intangibile fiammella: sulla quale ha tratteggiato una croce la maggioranza relativa dell’elettorato italiano alle elezioni politiche del 2022 e oltre.
È ancora il segno – pesantissimo – di quel patto fra oblio e continuità che ha avuto precedenti illu-stri, reperibili nella ricerca storica della docente universitaria Mirella Serri, dal titolo inequivocabile: 'I Re-denti - Gli intellettuali che vissero due volte 1938-1948' (Corbaccio, 2005). Si vuol dire che non ci fu cesura di continuità nel mondo degli intellettuali tra epoca fascista e quella post Liberazione. «Quasi tutti i giorna-listi, gli scrittori e gli studiosi che avevano collaborato ai quotidiani e alle riviste del regime passarono dol-cemente dal fascismo all’antifascismo e continuarono ad esercitare i loro talenti»: l’esposizione della pro-fessoressa Serri evita giudizi sommari e ricostruisce i percorsi individuali di molti protagonisti della cultura italiana tra epoca fascista e quella repubblicana, citando una lista di collaboratori di “Primato – rivista di cultura fascista” diretta dal gerarca Giuseppe Bottai. Questi è stato a lungo considerato uno dei più avve-duti e aperti esponenti del regime: in realtà fu uno dei più spietati promotori della feroce campagna antie-braica. È vero comunque che prima dell’entrata in guerra dell’Italia, «superando le distinzioni di tendenza e di generazione, riunì tutta la 'cultura istituzionale italiana' con oltre 250 firme di scrittori, giornalisti, filosofi, pittori, architetti, musicisti, urbanisti, cineasti»: doveva essere «la nuova classe dirigente che avrebbe dovuto prendere le redini del paese a guerra finita», che intanto veniva riunita sotto le ali di “Primato”. Nella lista compaiono nomi rilevanti da Salvatore Quasimodo a Renato Guttuso, Mario Alicata, Franco Rodano, Indro Montanelli, Sibilla Aleramo, Corrado Alvaro, Arrigo Benedetti, Vitaliano Brancati, Riccardo Bacchelli, Massimo Bontempelli, Giaime Pintor, Giovanni Comisso, Carlo Muscetta, Mario Tobino, Carlo Emilio Gadda, Alfonso Gatto, Cesare Pavese, Cesare Zavattini, Antonello Trombadori, Dino Buzzati, Mario Luzi, Dino Del Bo, Leo Longanesi, Guido Piovene, Vasco Pratolini, Marcello Piacentini, Giulio Carlo Argan, Luigi Salvatorelli, Michelangelo Antonioni... Nei fili tesi dal regime («sottili e pervasive reti» con cui i regimi autoritari irretiscono con la forza o la pressione psicologico/ambientale anche le menti più indocili e più feconde) finirono anche personaggi come Giuseppe Ungaretti, Alberto Moravia (ritenuto da Carlo Rosselli un esponente scettico ma verace della «nuova generazione fascista»), Norberto Bobbio, Elio Vittorini e giovani promesse come Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Enzo Biagi… e un Dario Fo arruolatosi volontario nelle milizie della RSI. Se successivamente questi intellettuali «non daranno peso» – a torto o a ragione – a quelle frequentazioni o comunque prossimità politico-culturali, doveva farlo la gente comune?
No, la gente non lo fece, allora. E anche oggi, a fianco del voto tranquillamente espresso in massa al partito FdI di Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, c’è un rigurgito nostalgico che può essere condensato nel titolo che uno storico scrupoloso come Francesco Filippi, 'Mussolini ha fatto anche cose buone - Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo'. Quelle che per anni sono state raccontate, soprattutto su internet, come barzellette che parevano innocue e risibili, si sono poi fatte parte di una narrazione che mira a spacciarle per verità secondo il meccanismo delle fake news, per cui ripetere il falso mille volte porta a spacciarlo per verità. Secondo Filippi è necessario rispondere punto su punto a quelle idiozie, perché – afferma – una cosa è certa: Mussolini fu un pessimo amministratore, un modestissimo stratega, tutt’altro che un uomo di specchiata onestà, un economista inetto e uno spietato dittatore, costruttore del «mito della razza italiana» culminato con «la promulgazione delle leggi razziali antiebraiche del 1938 (pp. 102 e 110)»; il risultato del suo regime ventennale fu un generale impoverimento della popolazione italiana, un aumento vertiginoso delle ingiustizie, la provincializzazione del paese e infine una guerra disastrosa con centinaia di migliaia di morti e intere città rase al suolo. Eppure succede – per finalità di propaganda che si annidano in settori della destra ex-missina e leghista, e oltre – che tra rimozioni, dimenticanze e sottovalutazioni si finisca invece per sopravvalutare un passato che fu tutt’altro che 'buono' .

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È ora di ritornare all’inizio di questo commento, col «patto dell’oblio», che ha portato l’ipocrisia italiana a perseguitare due volte il professore universitario, membro dell’Accademia dei Lincei, Tullio Terni, patto – si diceva – tra italiani non ebrei e italiani ebrei. Esso – spiega l’autore Pierluigi Battista – rispondeva a due esigenze, e perciò ha funzionato purtroppo: attenuava sia il senso di colpa dei non ebrei che avevano fatto vigliaccate; sia il senso di vergogna degli ebrei per i compromessi accettati alla ricerca di una base di sopravvivenza.
Riassumiamo gli avvenimenti. Battista parte da una domanda: perché nessuno conosce la storia di Tullio Terni, nonostante sia stato uno dei più importanti biologi italiani del Novecento? Ancor meno nota è l’ingiustizia della doppia persecuzione subita: prima quella fascista, poi quella dell’epurazione nel dopo-guerra. Nel 1938 le leggi razziali si abbattono sugli ebrei: l’autore chiarisce che l’antisemitismo fascista non deriva da un’ imposizione tedesca, ma è scelta attiva del regime inseguendo il mito della razza italiana senza incroci e imbastardimenti. Terni — allora stimato professore universitario, che assieme a pressoché tutti i suoi colleghi aveva pur giurato fedeltà al fascismo — viene cacciato dal suo ruolo: fu allontanato dall'insegnamento universitario ed espulso dalle accademie scientifiche di cui era membro (Accademia Nazionale dei Lincei; Istituto veneto di scienze, lettere ed arti; Accademia galileiana di scienze, lettere ed arti; Società italiana di neurologia di Bologna; Accademia di medicina di Torino; Unione zoologica italiana di Napoli). Il fatto si compie nel mezzo del tradimento della comunità accademica italiana, che raramente difese i colleghi ebrei. Eppure Terni era un ricercatore brillante, uno studioso di istologia e embriologia, fondatore di un Istituto scientifico di livello internazionale. L’Italia, umiliandolo, perdeva una grande risorsa culturale.
Dopo il 1938, Terni, come altri ebrei perseguitati, cercò di trovare degli appigli per sopravvivere professionalmente, muovendosi tra istituzioni scientifiche, contatti personali e appoggi privati. Questo tentativo di adattarsi ad una situazione drammatica è stata interpretata da persone e organismi istitu-zionali inclementi come un barcamenarsi per non perdere completamente status e lavoro, oltre che come mancanza di una opposizione netta al fascismo. Si arrivò ad accusarlo di “condotta vile”, quando era invece vittima di una oppressione esistenziale ed era alla comprensibile ricerca di un minimo spazio di so-pravvivenza economica e nella vita scientifica.
Giunge finalmente il dopoguerra ma per Terni non c’è pace. Torna all’Università, ma non viene ben accolto: prevale l’imbarazzo, talvolta l’ostilità. È alle porte una seconda persecuzione. Addirittura il Consiglio di epurazione dell’Accademia dei Lincei accusa Terni di aver mostrato «debolezza» sotto il fascismo e lo epura il 4 gennaio 1946. È un paradosso: un ebreo perseguitato diventa sospetto proprio perché è sopravvissuto. Battista denuncia l’ipocrisia: molti accademici fascisti – e insieme a loro gli oltre mille che avevano giurato fedeltà al fascismo, lasciando solo a dodici docenti l’onere e l’orgoglio di dichiararsi contrari – rimasero ai loro posti; Terni no.
Poi Battista ricostruisce le ultime ore del professore. Arriva il 25 aprile 1946, anniversario della Li-berazione. Terni non regge più il silenzio, l’isolamento, la sensazione di non avere più un posto nella società che avrebbe dovuto riaccoglierlo. Sceglie proprio quella ricorrenza e si suicida ingerendo la fiala di cianuro che conservava da anni. Se l’era procurata negli anni della guerra, da usare in caso di arresto o deportazione ad opera dei nazisti. La userà come estrema forma di autodifesa dall’ipocrisia degli implacabili epuratori del nuovo corso democratico. Questa storia non è stata mai raccontata perché è prevalso quel «patto dell’oblio» più volte menzionato: meglio non ricordare le responsabilità degli italiani (sia non ebrei che ebrei) durante e dopo il fascismo, così è più semplice costruire una narrazione auto assolutoria, all’interno della quale Terni finisce per essere un corpo estraneo alla memoria della Repubblica.
Valeva dunque per gli italiani non ebrei, tra cui molti futuri esponenti della politica democratica e della cultura progressista, che erano stati sì fascisti, ma per «nicodemismo» (termine che si «riallacciava alla figura evangelica di Nicodemo, l’uomo che temeva di professare pubblicamente la sua fede, e perciò andava di nascosto ad ascoltare Gesù, però senza smettere mai di simulare la sua adesione al farisaismo»). Così era stato per loro, insomma fascisti «per finta» si autogiustificarono, novelli seguaci di Torquato Accetto, il letterato che nei primi anni del Seicento aveva dato alle stampe il trattato 'Della dissimulazione onesta', quell’arte di nascondere esternamente le proprie convinzioni, ma restando puri e onesti nel cuore.
E valeva anche per gli ebrei. Quelli che non erano stati deportati e uccisi (alla vigilia delle leggi raz-ziali del 1938 gli ebrei in Italia erano 47.000 circa; secondo le statistiche della Fondazione Centro di Docu-mentazione Ebraica Contemporanea, gli ebrei deportati furono oltre 9.000, incluse alcune centinaia di ebrei stranieri catturati in Italia, e le vittime totali circa 6.800 persone) si sentivano colpiti da un senso di vergogna per aver cercato di «rinnegare la loro identità ebraica», nella caccia di pezze d’appoggio per poter essere «discriminati dalla discriminazione». Infatti il regime fascista nella sua perfidia, nell’anno successivo alle leggi razziali aveva emanato il 13 luglio 1939 delle «Norme integrative della legge 17 novembre 1938 sulla difesa della razza italiana», ammettendo la figura dell’ebreo arianizzato. Era così data la «facoltà al Ministero per l’Interno di dichiarare la non appartenenza alla razza ebraica anche in difformità delle risultanze degli atti dello stato civile». Era un potere così vasto e discrezionale che diede luogo ad un traffico di conversioni, certificati, ricerche di attestati di arianità, cambi di cognome (il più noto riguarda il futuro saggista marxista Franco Fortini, nato Lattes), nel tentativo penoso di sottrarsi alla discriminazione razziale.
E Terni? Lui era stato perseguitato ed epurato nel 1938, aveva cercato la sopravvivenza sua e della sua famiglia, ma era stato considerato un «vile» ed epurato dall’Accademia dei Lincei una seconda volta. Infine, non sapendosi dar pace, si era ucciso autoescludendosi così – con una estrema protesta privata – da quell’intrigato patto dell’oblio.
Sulla sua morte per suicidio tutti i contraenti del citato patto stesero un velo, «incrinato, ma non infranto» solo molti anni dopo da Rita Levi-Montalcini: allora sarebbe stato di «pessimo gusto» parlare di suicidio. Soltanto nel 2025 ne parla e ne scrive apertamente Pierluigi Battista: che si è ben fatto un’idea di tale silenziamento. Non si doveva fare tanto clamore attorno agli ebrei e specificatamente attorno a quel docente epurato due volte e per giunta suicidatosi simbolicamente proprio nel primo anniversario della Liberazione. Quella vicenda tragica si iscrive peraltro in un quadro desolante: la persecuzione antiebraica nei primi anni del dopoguerra venne considerata una «persecuzione minore», per certa storiografia resistenziale contava la resistenza fatta come lotta di classe. Scrive sempre Mirella Serri nei suoi 'Redenti' che ad esempio sulla rivista “Il Politecnico” di Elio Vittorini emerge la «precisa volontà di minimizzare la portata della persecuzione antisemita mettendo soprattutto in luce il valore dei comunisti». Viene ag-giunto anche il caso delle edizioni Einaudi che sia nel 1947, sia nel 1952 «respinse» la pubblicazione del libro di Primo Levi 'Se questo è un uomo' e lo pubblicherà solo nel 1958. Nel 1947 Levi dovette accontentarsi dell’ospitalità di una piccola casa editrice, la De Silva, legata alla storia della comunità ebraica torinese.
Quali conclusioni tira Battista? Che gli italiani – non solo quelli di destra, ma anche quelli di sinistra oltre alla marea degli indifferenti – hanno un problema nel rapporto con l’antisemitismo. Silenziare – perfino ignorare come nel caso di Terni – comunque in generale «minimizzare» la portata dello sterminio della Shoah è una tendenza che in seguito ha avuto uno sbocco drammatico nel «minimizzare» l’eccidio del 7 ottobre 2023 in cui vennero massacrati civili e militari israeliani dai terroristi di Hamas, per puntare invece a denunciare in ogni piazza la troppo estesa reazione israeliana nella striscia di Gaza, fino a compararla con l’Olocausto nazista di oltre sei milioni di ebrei. È un modo, quello delle piazze europee pro Palestina, sia per ridimensionare il terrorismo di Hamas sia – afferma Battista – per mettersi in pace con quell’unicum genocidario che fu la Shoah, come a dire: «Non siamo solo noi ad essere cattivi».


Nicola Zoller*, collaboratore della storica rivista “Mondoperaio”



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