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80 Anni di vita repubblicana
2026

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80 Anni di vita repubblicana. E’ necessaria un’opera di contro-informazione
>>>> Nicola Zoller |Aprile 1st, 2026

UN TESTAMENTO POLITICO PER PREPARARE UN RITORNO ALLA PARTECIPAZIONE POPOLARE

Dalla Lectio magistralis del professor Sabino Cassese all’ultima apertura dell’anno accademico della Scuola IMT Alti Studi Lucca ‘Ottant’anni di vita repubblicana: come eravamo, quanto siamo cambiati, cosa è rimasto’[1], ricaviamo buone considerazioni che contraddicono la narrazione impostasi dopo la caduta della Prima repubblica più di un trentennio fa. Secondo quella narrazione la storia d’Italia 1945-1993 sarebbe stata una storia, se non proprio criminale, parecchio deleteria. Viceversa, i dati statistici descrivono l’opposto di quanto appena riferito e asserito da spezzoni influenti del mondo mediatico-giudiziario-finanziario per spiccati interessi politico-economici-editoriali (dei cosiddetti “poteri forti”: grandi banche e grandi giornali, settori cruciali della magistratura inquirente, gruppi economici italiani ed euro-atlantici interessati alle privatizzazioni delle imprese pubbliche…).
UN MOTO ACCELERATO TRA 1950 E ANNI OTTANTA
La realtà dice invece che c’è stato un «moto accelerato, osserva il prof. Cassese, che va dal 1950 agli anni Ottanta, seguito» – si noti bene – «da un trentennio, quello che va dal 1994 ai giorni nostri, meno ricco di cambiamenti». Dunque i cambiamenti si sono verificati soprattutto nel primo cinquantennio repubblicano; poi – annotiamo questo inciso – il «moto accelerato si è concluso con le inchieste giudiziarie del 1992-94». Sono osservazioni di livello e indirizzo politico-istituzionale, presentate come resoconto storico da un accademico in sede universitaria di fronte al capo dello Stato e riportate dal maggior quotidiano nazionale. Non sono novità, se non presso una opinione mediatica viziata da un mainstream che ha presentato gli anni repubblicani dalla Liberazione all’operazione “Mani pulite” del 1992-94 come decenni di politica ed economia decadente anziché di progresso, mentre appare vero il contrario, come tra poco elenchiamo; semmai è tra il 1994-2024 che si è affacciato «un trentennio di stagnazione», confermato anche dal noto esponente liberal-progressita americano Alec Ross intervistato da una seguita rubrica di Radio Rai del 20 novembre 2025.
LE “COSE BUONE”,DALL’ECONOMIA, AGLI INTERVENTI SOCIALI, AI DIRITTI CIVILI E AMBIENTALI
Quali sono stati dunque i cambiamenti positivi, rilevati prevalentemente almeno fino ai primi anni Novanta? Riferiamo qui non slogan di parte, ma dati reali che sono cruciali per capire la realtà.
1) Le aspettative di vita dagli anni Cinquanta sono aumentate di più di 17 anni.
2) La nostra ricchezza netta pro capite è aumentata di quasi 12 volte rispetto a quella del 1951; l’Italia è diventata la quinta economia mondiale esportatrice di merci.
3) A differenza di quanto succedeva 80 anni fa, l’istruzione e l’assistenza sanitaria sono assicurate a tutti; nel 1978 è stata approvata la legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale.
4) La spesa sociale è cresciuta costantemente, da poco meno del 10 per cento a circa il 30 per cento del prodotto interno lordo.
5) Dal 1969 è stata introdotta la pensione sociale per i privi di reddito; il numero dei beneficiari di interventi per il lavoro, la disoccupazione e l’invalidità è aumentato di sei volte.
6) Si è triplicato il numero delle persone che sono proprietarie della casa di abitazione.
7) Nel 1970 sono stati approvati lo Statuto del lavoratori e la legge sul divorzio; poi la riforma tributaria del 1972-73 e la legge sull’edificabilità dei suoli del 1977 che metteva a carico dei costruttori gli oneri di urbanizzazione.
8) Nel 1986 è entrata in vigore la legge istitutiva del ministero dell’Ambiente e della valutazione di impatto ambientale.
«Cosa è rimasto» si chiede il prof. Cassese nella memoria collettiva di queste opere legislative, sociali, civili? Chi è stato parte e partecipe dei movimenti politici e collettivi che hanno contribuito alla crescita del Paese è ben consapevole di quanto avvenuto. Purtroppo aver ragione in sede storica e statistica è troppo poco. Ma anche chi vuole governare il futuro con responsabilità e forza innovativa dovrebbe cominciare a riconoscere queste cose buone.
COSA ERA MEGLIO NON FARE E COSA È UTILE PREPARARE
La cosa scoraggiante è che la parte politica che dovrebbe riconoscerlo per prima – il centrosinistra – ha passato anni a disconoscerle, dileggiando i partiti democratici di governo della Prima repubblica, associandoli con piglio populista al malaffare. Ha sottovalutato enormemente i risultati sopraelencati da Cassese – soprattutto quelli economici che «dal 1950 al 1990 hanno collocato l’Italia tra i Paesi a più elevato tenore di vita nel mondo». E accodandosi alla propaganda giustizialista ha calcato la mano sul debito pubblico prodotto dalle azioni sociali anche sopra menzionate, ignorando che i governi del centrosinistra pentapartitico negli anni Ottanta avevano portato l’inflazione dal 16 % al 4 per cento e che il governo Craxi nel 1987 aveva fermato il rapporto Debito/Pil all’ 89,1 % (durante il rigido governo tecnico Monti il rapporto era salito al 129 % e poi nel 2019 con M5Stelle e Lega al governo al 134 %).
Per non parlare della corruzione. Non è possibile e giusto sottacere i fenomeni partitici e personali di ammorbamento morale e finanziario, legati soprattutto, ma non solo, al problema del finanziamento della politica: si doveva intervenire per via istituzionale e legislativa come in altri Paesi europei, mentre in Italia si è preferita la linea giudiziaria, creando così un sovvertimento politico che un pensatore democratico come Michele Salvati ha definito «un fatto unico in Europa… un esito che solitamente si associa a traumi ben più gravi, a guerre e rivoluzioni». Resta a futura memoria – iscrivendo l’operazione «Mani pulite» tra le più problematiche della storia repubblicana – la dichiarazione di Carla Collicelli, vicedirettore del CENSIS dal 1993 al 2015: «Il periodo fino al 1992 indicato come più corrotto è anche quello nel quale l’Italia è cresciuta di più. Ora, siccome è senz’altro vero che è la corruzione a bloccare lo sviluppo nei paesi poveri, l’Italia non doveva essere poi così corrotta».
OLTRE ALLE QUESTIONI DEL DEBITO E DELLA CORRUZIONE, IL PROBLEMA DEL CONSENSO
Rilevante è anche il discorso del consenso. Nel 1992 per delegittimare la maggioranza governativa che sarà guidata da Giuliano Amato, il circuito mediatico-giustizialista dichiarò che essa, avendo subito una flessione, non era più abilitata a governare. Era la visione del procuratore aggiunto di Milano Gerardo D’Ambrosio, che allora – come dichiarò – promosse «un’accelerazione all’inchiesta» giudiziaria; sarà poi premiato ed eletto parlamentare dei Democratici di Sinistra. Eppure l’alleanza che eleggerà Amato aveva ottenuto 19 milioni di voti popolari! Nel trentennio successivo mai nessuna coalizione vincente avrebbe ottenuto un risultato così elevato. Nonostante i 331 seggi ottenuti alla Camera su 630 componenti e 167 al Senato su 315 che poi portarono alla fiducia per il governo Amato con complessivi 503 voti favorevoli contro 422 tra contrari e astenuti, si predicò in piazza, sui media e nei tribunali la sconfitta di chi in realtà aveva i consensi per governare.
Abbiamo riportato tanti dati, non per vuoto puntiglio ma perché, come detto, sono cruciali per capire la realtà. Una realtà che allora non venne compresa e che permise – a partire dal 1994 – dapprima la costituzione di un effimero governo di centrodestra, poi di due governi dell’Ulivo, seguiti ancora dal centrodestra per cinque anni, dal Prodi 2, ancora da Berlusconi, dopo dal governo tecnico Monti, da coalizioni intermittenti con Letta-Renzi-Gentiloni, per giungere a governi a guida M5 Stelle con Lega e poi Pd e infine al governo di destra-centro di Meloni.
“PER FARE COSE NUOVE, BISOGNA PRIMA CONOSCERE A FONDO IL PASSATO”
E il centrosinistra riformista che ruolo ha svolto dopo gli anni ‘90? Purtroppo – come sostenuto da Cassese e Ross – è incappato in un trentennio di stagnazione, prodotto non dal caso ma proprio per essersi contrapposto al più «accelerato» periodo precedente o comunque per averne ignorato i valori e i risultati. Che in ogni epoca si debba fare qualcosa di nuovo è una giusta aspirazione.
Ma per farlo «si deve prima conoscere a fondo il passato» ammoniva il grande storico Ernst Gombrich, memore di lezioni antichissime («Bisogna conoscere il passato per capire il presente e orientare il futuro», Tucidide). Reputo che il centrosinistra attuale debba ritornare sui suoi passi e procedere a un’azione di contro-informazione valorizzando il centrosinistra storico con le sue valorose conquiste economiche e sociali descritte da Cassese, passando per una critica radicale delle scelte assunte a partire dalla ‘gioiosa macchina da guerra’ di Occhetto fino al ‘campo largo’ di Schlein, sulla giustizia e sulla promozione deleteria dell’anti-politica, sulle ibride alleanze con i populismi pentastellati e con l’estremismo corporativo e sindacale… Servirebbe anche e soprattutto praticare una più chiara collocazione internazionale contro regimi e stati illiberali ed organizzazioni sanguinarie.
SE FINISCE PER VOTARE CIRCA LA METÀ DEI CITTADINI… REFERENDUM COMPRESI
Occorrerebbe meditare – last but not least – sul problema basilare della partecipazione alla vita democratica: se ora con sistemi elettorali variamente maggioritari e con candidati paracadutati dai vertici di partiti monocratici, va a votare circa la metà dei cittadini, come alle elezioni europee del 2024 (sfiorando limiti più bassi alle elezioni regionali del novembre 2025, ‘cose da pazzi’ si sarebbe detto comicamente in altri tempi per indicare situazioni assurde o incredibili, un vero fiasco della politica nuovista) quando col sistema proporzionale e la possibilità di esprimere le preferenze dal 1946 al 1990 ha stabilmente votato circa il 90 per cento degli elettori, ci deve essere la possibilità di ritornare a modalità elettorali più convincenti. Se accanto alle elezioni politiche, pure a quelle regionali e comunali la partecipazione elettorale latita faticando a raggiungere il 50 per cento anche per scegliere sindaci e governatori, si deve cambiare.
Questi dati allarmanti sarebbero stati attutiti – secondo le interpretazioni più correnti – dall’ affluenza al referendum del 22 e 23 marzo 2026 sulla cosiddetta riforma Nordio, che ha visto la chiara prevalenza dei No. Ma confrontando i dati degli ultimi referendum, quel conto sull’affluenza non torna. È infatti coi referendum che va fatto il raffronto, non tra referendum ed elezioni amministrative o europee, dove prevalgono altri impulsi e motivazioni.
Ebbene, secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno (portale Eligendo) al referendum Nordio, secondo l’esito definitivo, ha votato il 55,69 % del corpo elettorale, con 28.640.000 elettori; quindi, più del 51,12 % con 25.605.000 votanti al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari del 20-21 settembre 2020. Ma molto meno del 65,48 % pari a 33.244.000 votanti al referendum sulla riforma Renzi del 6 dicembre 2016 (in una sola giornata!). E siccome per le modalità di propaganda i referendum più confrontabili restano quello Renzi con quello Nordio, ora c’è circa un dieci per cento in calo di affluenza, con oltre 4.600.000 votanti in meno. Sostengo che sono due referendum confrontabili perché ambedue ‘giocati’ sulla politicizzazione e personalizzazione dello scontro, quello del 2016 contro Renzi – dove parte della sinistra, da Schlein, Bersani, D’Alema non ebbero problemi ad unirsi al centrodestra nel voto contro l’allora disprezzato segretario del PD, oltre che premier – e quello del 2026 puntato contro la presidente Meloni, oltre che contro Nordio (il referendum del 2020 rappresenta invece tutta un’altra storia, dove in molti – da destra e sinistra, M5 Stelle, Lega, PD, Fratelli d’Italia… – convergono nella campagna populista e anti-casta per la riduzione dei parlamentari; non ci fu quindi competizione per la partecipazione al voto, anche perché l’esito era scontato: infatti il Sì sfiorò il 70 %, il No si arrestò al 30 %, con quest’ultimo fronte che, appoggiato da minoranze politiche e da esponenti indipendenti della società civile, contrappose comunque 7.247.000 No ai 16.606.000 Sì).
Tornando al rapporto principale tra referendum Renzi – Meloni(e Nordio), quel 55,7 % del 22-23 marzo 2026 suona sempre come un campanello d’allarme per il sistema politico italiano, che nonostante l’enfatizzazione dello scontro assimilato ad un plebiscito, porta a votare solo poco più della metà del corpo elettorale, quando analogo tenzone – quello del 2016 – era giunto ad oltre il 65 %. Quei titoli di scatola dei mass media sul voto del marzo 2026 (“L’onda del No”, “L’Italia s’è desta”…) ancorché correnti tra testate cartacee e digitali, suonano più che altro come ‘corrivi’, non avvedendosi della tendenza negativa di fondo a riguardo della partecipazione popolare attiva alla vita politica, partecipazione che purtroppo non ha paragoni con quella invece ben operante nella disdegnata Prima repubblica. Quindi modalità elettorali più convincenti, come si accennava sopra, e forme di organizzazione politica più democratiche delle attuali sono i cimenti che dovrebbero interessare le forze popolari italiane.
(per un confronto rimando a: https://www.ildolomiti.it/blog/nicola-zoller/le-istituzioni-classiche-del-popolo-capace-di-azione-politica-sono-i-partiti-il-crucifige-e-la-democrazia-di-gustavo-zagrebelsky)
[1] Sabino Cassese, Lectio magistralis per l’apertura dell’anno accademico della Scuola IMT Alti Studi Lucca, ‘Ottant’anni di vita repubblicana: come eravamo, quanto siamo cambiati, cosa è rimasto’, in “Corriere della Sera” del 18 novembre 2025.



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