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TUTTO TORNERÀ COM'ERA STATO - luglio 2026

SU QUEI MONTI TRENTINI TUTTO TORNERÀ COM'ERA STATO. INTANTO “LET IT BE”…
Commento al libro di Caterina Manfrini ‘Sette volte bosco’

-di Nicola Zoller
RIVISTA UCT - luglio 2026
‘Sette volte bosco’ (Neri Pozza editore) è il titolo enigmatico del libro d’esordio della giovane scrittrice roveretana Caterina Manfrini. Poi ci viene rivelato che quel titolo richiama un antico proverbio trentino: «Sette volte bosco, sette volte prato, poi tutto tornerà com'era stato». L'espressione suggerisce l'idea che la natura e la vita seguono cicli lunghi ma capaci di rigenerarsi.
Il libro fin dalla presentazione spiega che ogni cosa cambiava, attraverso le stagioni, poi ricominciava, e in questo processo niente di quello che avveniva era dovuto. Sembra riecheggiare ‘Let it be’, lascia che sia, la canzone dei Beatles, un invito ad accettare gli eventi così come vengono, senza cercare di forzare le situazioni o preoccuparsi per ciò che non si può controllare.
Veniamo alla storia. Il racconto è ambientato nella Valle di Terragnolo, subito dopo la Prima Guerra mondiale, in un territorio terribilmente segnato dal conflitto che ha trasformato il Tirolo meridionale unendolo all’Italia. La storia segue soprattutto le vicende di Adalina (Lina) e di suo fratello Emiliano. All'inizio del romanzo Lina sta tornando dal campo profughi austriaco di Mitterndorf, dove era stata costretta a vivere insieme a migliaia di altri abitanti delle zone di guerra trentine, sfollati dai loro territori contesi dai contrapposti eserciti austroungarici e italiani: oltre 75.000 erano finiti a nord in Austria, Boemia e Moravia, mentre oltre 30.000 ripararono nelle regioni del Regno d’Italia.
Durante quell'esperienza Lina ha perso entrambi i genitori e ha conosciuto fame, miseria e solitudine. A darle la forza di resistere sono stati il ricordo del maso (màs) di famiglia e la speranza di ritrovare il fratello Emiliano, partito soldato nell'esercito austroungarico. Lina quando torna a casa scopre che i paesi sono stati devastati dalla guerra; molte case sono state distrutte, i campi abbandonati. Pure il maso di famiglia è danneggiato, ma è ancora in piedi. La giovane donna decide così di non arrendersi e affronta con determinazione la ricostruzione della propria terra.
Anche Emiliano, combattente sul fronte del Lagazuoi col suo amico ladino August, ritorna portando dentro di sé le ferite della guerra. Durante il viaggio verso casa rivive i ricordi del fronte e la perdita dei compagni. Una volta riuniti, i due fratelli cercano di ricostruire il loro mondo, il loro màs e – più in alto – la khesar, la casara, dove si lavora il latte e si conserva il formaggio. Attorno a loro si muove un'intera comunità che tenta di rinascere: il mercato del paese, il lavoro nei campi, le erbe e le tisane da vendere a Rovereto, le relazioni tra vicini e le antiche tradizioni diventano i simboli di una lenta ma possibile ripresa.
Nel frattempo era arrivato un giorno in cui qualcosa cambiò. Lina aveva accolto al màs un soldato in fuga, trovatosi «dalla parte sbagliata del confine», presentatosi come austriaco di nome Stefan. Collaborava con lei nei lavori di montagna e qualcosa nacque tra loro: «El m’ha tocà el cor», confesserà al fratello. Un fatto nuovo e bello. Anche per Emiliano si prospettarono novità: «Non era andato tutto storto per lui. Era tornato da sua sorella, aveva riabbracciato l’amica di giovinezza Alba e, anche se i suoi timori di trovarla sposata erano fondati, c’era ancora qualcosa tra di loro».
I fatti per ambedue precipitano: si scopre che Stefan in realtà è un soldato italiano bolognese, di nome Bruno, il che fa sospettare che sia una spia mandata nella valle di Terragnolo a sorvegliare i nuovi sudditi. Ma non è così, tutto è più semplice, è uno sbandato dalla guerra capitato lì per caso. Quel putèl, quel bravo ragazzo, aveva poi trovato lavoro in una fattoria sulle colline sopra Rovereto, ma era al màs che doveva tornare, da lei, pensava in cuor suo Lina. Intanto si incontrano lontano dagli occhi del paese. Ed ecco che «Bruno le sfiorò il braccio con la mano». E lei «con il cuore in gola, gli si fece più vicina. Bruno le passò una mano prima sui capelli, poi sul volto, lungo le guance. Le sue dita erano calde e profumavano di buono, di terra. Lina chiuse gli occhi. Rimaneva una sola cosa da fare: lasciarsi andare, perdersi in quelle sensazioni che la incendiavano dentro, come l’autunno con le foglie dei faggi».
E Alba ed Emiliano? Anche loro erano destinati a ritrovarsi. Il marito di Alba, Sebastiano, partito per la guerra, da mesi era dato per disperso e il prete del paese, messosi alla ricerca, aveva sentenziato che «era raro che quel dato cambiasse in meglio». Alba cadeva in malinconia, Emiliano forse poteva risollevarla e «come un tempo desiderava accarezzarle i capelli, il collo, le spalle; le dita gli scottavano al pensiero». Non sappiamo come finirà. Ma Emiliano si affida a quel piccolo falco che dal cielo lo teneva d’occhio. Era un guardiano del passato a cui Emiliano affidava anche il suo futuro. La vita correva lungo un cerchio. Bisogna lasciare che corra, come diceva la menzionata canzone. E quel falco e le altre bestie dei monti, «erano custodi di quella libertà: accettavano il ciclo delle stagioni, degli anni, della crescita e delle carestie, della nascita e della morte». Anche l’amore, se ha da venire, verrà!





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